Nell’Odissea, nel viaggio di ritorno a casa dopo la guerra di Troia, Ulisse sa che la sua nave dovrà passare vicino all’isola delle Sirene, il cui canto irresistibile induce chiunque lo ascolti a perdere il controllo di sé. A conoscenza del pericolo ma al tempo stesso mosso dall’incredibile curiosità di affrontare una simile prova senza soccombere al destino di tutti coloro che lo avevano preceduto, elabora una strategia ingegnosa. Ordina ai compagni di turarsi le orecchie con la cera, si fa legare all’albero della nave e stabilisce una regola ferrea: qualunque cosa dica o faccia durante il passaggio, nessuno dovrà liberarlo.
Il piano funziona. Ulisse sente il canto, lo vive in pieno e ne rimane ammaliato, urla ai compagni di liberarlo, che però non riescono a decifrare le sue parole e rimangono insensibili a tutti i suoi gesti, avendo le orecchie ricoperte di cera. La nave passa, il pericolo viene superato.
Fin qui, il mito. Ma c’è una domanda che vale la pena porsi: Ulisse era davvero così abile perché elaborò un piano per resistere al canto delle sirene oppure, se fosse stato veramente all’altezza della situazione, sarebbe riuscito a superare la prova senza farsi legare all’albero della nave?
In altre parole: era bravo perché trovò l’espediente giusto, oppure quell’espediente tradisce proprio il fatto che, lasciato a se stesso, non sarebbe stato abbastanza forte?
Due letture, entrambe legittime
La prima lettura è quella dell’intelligenza strategica. Ulisse sapeva di avere un limite, lo riconobbe in anticipo e si organizzò di conseguenza. Questo è un atto di lucidità rara: non tutti sanno vedere i propri punti deboli prima che si manifestino, e ancora meno sono disposti ad ammetterli e a costruire attorno ad essi una protezione efficace.
La seconda lettura è più scomoda. Se Ulisse avesse davvero avuto la forza interiore necessaria, non avrebbe avuto bisogno delle corde. Il fatto che si sia fatto legare rivela che quella forza non ce l’aveva. La sua era una virtù assistita, non una virtù autentica.
Nessuna delle due letture ha torto. Insieme, però, aprono una questione che va ben oltre il mito greco.
Il volontario e le sue sirene
Proviamo a spostare la scena. Un volontario dedica tempo, energie e risorse agli altri. Lo fa con costanza, anche quando magari è stanco e deve coordinare altri aspetti della sua vita (famiglia e lavoro in primis) con il volontariato. Dal di fuori, sembra un esempio di altruismo puro.
Ma perché lo fa davvero?
La domanda non è maliziosa. La motivazione che muove un volontario è un argomento serio, e liquidarla con una risposta sola sarebbe disonesto. Dire che il volontario agisce per puro altruismo, senza che ci sia nulla in gioco per lui, è una semplificazione che non ci aiuta a comprendere.
Le ricerche in psicologia sociale mostrano da decenni che le motivazioni umane raramente sono a senso unico. Chi aiuta gli altri riceve qualcosa in cambio: senso di appartenenza, riconoscimento sociale, autostima, la sensazione di essere utile e di contare. Questi non sono effetti collaterali del volontariato — sono spesso tra le ragioni principali per cui le persone vi si avvicinano.
La domanda che ne consegue suona familiare: il volontario è davvero altruista, oppure quella spinta viene almeno in parte da un bisogno personale di sentirsi riconosciuto e valorizzato?
Un po’ di egoismo nel dono
C’è una parola che in questo contesto fa un po’ paura: egoismo. Associarla al volontariato sembra quasi un insulto. Eppure, se la si guarda senza pregiudizi, la presenza di un interesse personale nel gesto di aiutare non lo sminuisce necessariamente.
Il filosofo Adam Smith, molto prima di diventare celebre come economista, scrisse che la simpatia, intesa come la capacità di immedesimarsi nell’altro, è alla base dei comportamenti prosociali. Quando aiutiamo qualcuno, una parte di noi si identifica con il suo sollievo, con la sua gratitudine, con il miglioramento della sua condizione. Quella soddisfazione che proviamo non è separata dall’atto generoso: ne è parte integrante.
Tornando a Ulisse: il fatto che avesse bisogno delle corde non lo rende meno efficace. La nave è passata, i compagni sono salvi e l’obiettivo è raggiunto. Quello che importa, alla fine, è il risultato dell’azione, non la purezza assoluta della motivazione che l’ha generata.
Allo stesso modo, il fatto che un volontario tragga soddisfazione personale dal suo impegno non cancella il bene che produce. Le persone a cui viene rivolto un servizio vengono aiutate lo stesso e i progetti continuano a essere seguiti, con il risultato positivo finale di portare un beneficio alla comunità di riferimento.
Il problema nasce quando l’equilibrio si rompe
Fin quando la motivazione personale e il beneficio per gli altri camminano insieme, il sistema funziona. Il punto critico arriva quando uno dei due prevale sull’altro in modo squilibrato.
Un volontario che agisce esclusivamente per il riconoscimento esterno — che ha bisogno di essere visto e applaudito oppure ringraziato pubblicamente per la sua azione— prima o poi orienta le proprie scelte in funzione di ciò che gli garantisce visibilità, non di ciò che serve davvero. Può accadere che certi compiti vengano evitati perché ingrati oppure che certe situazioni vengano amplificate per ottenere più gratitudine; in questi casi la presenza stessa nel gruppo dipende dall’umore del momento e dal grado di apprezzamento ricevuto.
Nei gruppi di volontariato questa dinamica si vede con una certa frequenza. Chi ha bisogno di essere riconosciuto in modo molto marcato tende a occupare spazio in modo sproporzionato, a volte senza rendersene conto. La propria sirena — il bisogno di valorizzazione — prende il controllo, e le corde per farsi legare non ci sono (meglio: si nascondono con cura…).
Al contrario, un volontario che si racconta come completamente privo di bisogni personali, puro nel suo altruismo, può cadere in una trappola diversa: quella di non saper chiedere aiuto e di non riconoscere i propri limiti, finché non si esaurisce del tutto. Anche questa è una sirena, più silenziosa ma altrettanto potente e devastante per il volontario.
La soluzione di Ulisse come modello
Forse la vera intelligenza di Ulisse non stava nella forza di resistere, ma nella lucidità di capire in anticipo dove si trovava il suo limite e di costruire attorno ad esso una struttura che lo proteggesse.
Applicato al volontariato e alla crescita personale, questo suggerisce qualcosa di concreto. Conoscere le proprie motivazioni — anche quelle meno nobili, anche quelle che fanno un po’ vergognare — è il primo passo per non esserne governati. Un volontario che sa di aver bisogno di riconoscimento può lavorarci sopra e costruire dei contrappesi, imparando a distinguere i momenti in cui quella spinta lo aiuta da quelli in cui lo fa andare nella direzione sbagliata.
In un percorso formativo o di supervisione, questa consapevolezza vale oro. Chi coordina gruppi di volontari dovrebbe creare spazi in cui queste domande possano essere poste senza paura di giudizio. Conoscere meglio la propria motivazione, anche nei suoi angoli meno comodi, è il modo più efficace per renderla più solida nel tempo.
Quello che conta davvero
La domanda se Ulisse fosse davvero bravo oppure no non ha una risposta definitiva, e probabilmente non la cercava nemmeno Omero. Quello che il mito lascia è qualcosa di più utile: la rappresentazione di un essere umano che fa i conti con i propri limiti e trova un modo per non esserne travolto.
Nel volontariato, come nel lavoro o nella formazione, non esiste la motivazione pura in valore assoluto. Esistono persone con storie, bisogni, fragilità e risorse diverse, che scelgono di mettere qualcosa di sé al servizio di qualcosa di più grande. Stabilire dove finisce l’altruismo e dove comincia il bisogno personale è un esercizio interessante, ma sterile se diventa un tribunale.
Quello che importa, alla fine, è che al centro dell’azione ci sia chi quella azione la riceve. Il destinatario ultimo del volontariato — chiunque esso sia — non si chiede perché il volontario sia lì. Ha bisogno che ci sia, e che ci sia con una presenza autentica.
L’equilibrio tra dare e ricevere, tra altruismo e bisogno personale o come nel caso dell’esempio da cui ho tratto spunto per questo articolo tra forza interiore ed espedienti intelligenti, è quello che rende il gesto sostenibile nel tempo. Le corde di Ulisse non erano una debolezza, erano una saggezza pratica. Usarle bene, però, richiedeva comunque di sapere perché stava lì su quella nave.