Hai presente quando vai in pizzeria, prendi il menu e cominci a scorrere l’elenco delle pizze — a volte lunghissimo — e ci perdi un tempo esagerato? Leggi un sacco di proposte, alcune ti stuzzicano e ti tentano fortemente ma poi, quasi sempre, ti ritrovi a ordinare sempre la stessa pizza che prendi abitualmente. A me capita spesso. E non nego che a volte mi forzo a scegliere qualcosa di diverso, non sempre rimanendo soddisfatto, a dire il vero.
È un meccanismo banale, ma racconta qualcosa di preciso su come funzioniamo quando siamo sommersi dalle opzioni (e no, non riguarda solo la pizza!).
Più scelte, meno pace
Lo psicologo americano Barry Schwartz ha dedicato anni a studiare questo fenomeno e le sue conclusioni sono abbastanza scomode: vivere in una società che ci offre un numero crescente di possibilità non ci rende più felici. Al contrario, ci espone a una forma sottile ma persistente di insoddisfazione.
Il ragionamento di fondo è che quando le opzioni sono poche, scegliamo e andiamo avanti. Quando invece sono molte, la mente rimane agganciata a tutto ciò che non abbiamo scelto. Ogni decisione porta con sé il peso di tutte le alternative scartate, e quella sensazione di aver forse perso qualcosa di meglio non se ne va facilmente.
Non stiamo parlando di un capriccio psicologico ma di un meccanismo che si innesca in modo quasi automatico e che riguarda tutti, indipendentemente dal carattere o dalla capacità di decidere.
C’è un dettaglio che trovo particolarmente interessante in tutto questo: il rimpianto anticipato. Prima ancora di scegliere, una parte di noi sta già elaborando il dispiacere per ciò che lascerà indietro. È come se la mente si preparasse alla perdita ancora prima di aver vissuto la scelta. Questo blocco sottile, quasi impercettibile, è uno dei motivi per cui tante decisioni — anche quelle apparentemente semplici — ci costano più energia di quanto dovrebbero.
La paura che non si nomina
Da questo “terreno psicologico” nasce la FOMO (Fear Of Missing Out), la paura di perdersi qualcosa. È un’espressione entrata negli ultimi anni nel linguaggio comune soprattutto in relazione ai social network, ma che in realtà descrive qualcosa di molto più antico e radicato.
La FOMO, inizialmente confusa con una semplice invidia o come una sorta di curiosità mal gestita, è definita oggi come uno stato d’ansia diffuso, spesso basso ma costante, alimentato dalla percezione che altrove stia accadendo qualcosa di più significativo (più divertente o più utile a seconda del contesto) di quello che stiamo vivendo noi in questo momento.
Il problema è che questo “altrove” non smette mai di esistere. In un mondo iperconnesso come quello nel quale ci troviamo, c’è sempre una conversazione a cui non abbiamo partecipato, un’opportunità che sembra stia passando proprio mentre siamo impegnati da un’altra parte, che sia un evento fisico o un collegamento online per una videoconferenza. Restiamo così in uno stato di allerta che consuma energie senza produrre nulla.
I social network hanno amplificato tutto questo in modo esponenziale. Scorrere un feed significa esporsi a una selezione continua di momenti altrui presentati sempre nel loro aspetto migliore — viaggi, successi, eventi, relazioni. Spesso è una rappresentazione edulcorata e non fedele della realtà, ma il cervello fatica a trattarla come tale. Quello che vediamo diventa il metro con cui misuriamo ciò che viviamo, e il confronto quasi sempre ci sfavorisce. Il problema di fondo è che finiamo per comparare la nostra vita reale con la versione curata e selezionata che gli altri mostrano di sé.
Nella maggior parte dei casi, e qui sta il pericolo che corriamo costantemente, è che questo meccanismo di confronto continuo non ci stimola motivandoci a fare meglio ma produce in noi una forte inquietudine che, prolungata nel tempo, ci toglie la capacità di stare dentro le cose con la testa libera.
Quando la FOMO entra nei gruppi
Fin qui sembra una questione individuale. Ma la FOMO ha un impatto preciso anche quando lavoriamo insieme ad altre persone, nei gruppi di volontariato come in qualunque altro contesto collettivo.
Chi vive in modo acuto questa paura fatica a stare dentro un progetto con presenza autentica. Partecipa, ma con un occhio sempre rivolto fuori — agli altri gruppi, alle altre attività, alle altre possibilità. Una parte di sé resta altrove, a chiedersi se le scelte fatte fossero davvero quelle giuste, e questo toglie energia all’impegno reale.
Questo genera un paradosso: più opzioni ci sono, meno riusciamo a dare il meglio in quella che abbiamo scelto. In un gruppo, questa presenza dimezzata si sente eccome. I processi rallentano e la fiducia reciproca si assottiglia, lasciando quella sensazione vaga che le cose non decollino mai del tutto, senza che nessuno riesca a capire bene perché.
Ho incontrato spesso questa dinamica anche nei percorsi formativi con i gruppi di volontari. Persone competenti e motivate, visibilmente affaticate dalla quantità di stimoli, impegni e possibilità che il loro contesto offriva. La difficoltà stava nell’eccesso di direzioni possibili, non nella mancanza di risorse.
Nei gruppi questo ha un effetto collaterale ben riconoscibile: prendere decisioni condivise diventa faticoso. Quando ognuno porta dentro di sé un retropensiero su ciò che si potrebbe fare altrimenti, le riunioni si allungano e le scelte vengono rimesse in discussione in continuazione, con il risultato che i progetti faticano a trovare una direzione stabile. Le idee ci sono, a volte anche troppe, solo che nessuno riesce davvero ad abbandonare le alternative. Si decide, ma senza la leggerezza di chi ha davvero scelto.
Un gruppo che funziona davvero è un posto in cui le persone hanno scelto di scommettere su qualcosa di preciso. Conoscono le alternative, le hanno considerate, poi le hanno lasciate da parte. Hanno deciso che quello che stanno costruendo insieme vale il loro tempo e la loro energia. Una scelta del genere, quando è autentica, si vede nel modo in cui le persone lavorano, si ascoltano, si fidano.
Imparare a scegliere sapendo che si rinuncia
Uscire dalla FOMO è un percorso che passa prima di tutto dal fare i conti con qualcosa di scomodo: ogni scelta autentica comporta una rinuncia. Accettarlo cambia la prospettiva, perché quella rinuncia smette di sembrare una perdita e diventa la condizione perché la scelta abbia davvero peso.
Investire tempo e energia in un gruppo, in un progetto, in una relazione significa lasciare da parte altre strade. Viverlo con leggerezza, anziché come una privazione, trasforma il modo in cui scegliamo di stare dentro nelle varie situazioni.
Una pratica che trovo utile è fermarsi ogni tanto a chiedersi: “cosa sto costruendo?” Portare l’attenzione su ciò che si sta edificando, anziché su ciò che resta fuori, richiede allenamento. Con il tempo, però, diventa un’abitudine che incide in modo tangibile sulla soddisfazione e sulla qualità con cui si partecipa.
Aiuta anche sviluppare la capacità di accorgersi quando la mente comincia a vagare verso le alternative. Osservare quel momento con un po’ di distanza, senza agire d’impulso. Chiedersi: questa sensazione mi sta comunicando qualcosa di utile, oppure è solo il riflesso automatico di una mente abituata a cercare altro? La risposta varia da situazione a situazione, ma porsi la domanda già trasforma il rapporto con quella sensazione.
Dentro un gruppo, questo acquista un peso ancora più concreto. Quando i membri orientano lo sguardo verso l’interno — verso il progetto, verso le relazioni che stanno costruendo insieme — il gruppo cambia registro. Diventa un luogo in cui si sceglie consapevolmente di stare.
Chi coordina un gruppo, un’associazione, un team di volontari porta su di sé una responsabilità precisa. Costruire un contesto in cui le persone si sentano davvero parte di qualcosa, protagoniste di una scelta condivisa, è forse il compito più delicato che un coordinatore abbia. La differenza tra un gruppo che funziona e uno che fatica spesso sta tutta qui: nella qualità dell’appartenenza che si riesce a generare.
Il menu della pizzeria resterà lungo, non c’è verso. A volte cinque pagine fitte fitte, con novanta varianti, e la solita margherita che come una vecchia amica vi aspetta dopo che avrete letto tutte le altre proposte. Provarle tutte sarebbe un’impresa — e francamente neanche necessaria. Ogni tanto però, indicare qualcosa di diverso al cameriere con la leggerezza di chi è disposto a sorprendersi, può insegnare qualcosa. Sulla pizza e non solo.