Lo ricordo bene, un episodio in particolare: partenza per una gita scolastica, zaino pesante, io che gli chiedo una mano. La risposta, detta con quella calma che da bambino trovai esasperante: “A destinazione non ci sarò io ad aiutarti. Meglio che impari adesso.”
Sul momento la vissi come una mancanza. Gli altri genitori aiutavano, perché lui no? Col passare degli anni ho capito che quello sarebbe stato uno degli insegnamenti più preziosi che mi avrebbe dato. Sì, perché non mi stava abbandonando. Mi stava preparando.
Proteggere o impedire?
Partendo da questo episodio, ho cominciato a ragionare su una domanda che vale la pena farsi ogni tanto, soprattutto quando si lavora con persone, in un gruppo di volontariato, in un percorso formativo, in qualsiasi contesto in cui ci si prende cura di qualcuno: quando aiuto davvero, e quando sto solo togliendo a qualcuno la possibilità di imparare?
La distinzione è sottile, e non sempre facile da vedere nel momento in cui si agisce. L’istinto protettivo è genuino, nasce da buone intenzioni, e spesso si maschera da premura. Eppure, a volte, quello che chiamiamo aiuto è in realtà un modo per evitare la nostra stessa ansia di fronte alla difficoltà altrui.
Pensiamo a un coordinatore di volontari che risolve ogni problema prima che il gruppo abbia il tempo di affrontarlo. O a un formatore che interviene appena i partecipanti mostrano incertezza, togliendo loro la possibilità di stare nell’impasse e di trovare da soli una via d’uscita. O a un presidente di associazione che accentra tutte le decisioni perché “faccio prima se lo faccio io”.
In tutti questi casi, l’intenzione è buona. Il risultato, però, è che le persone intorno non crescono. Restano dipendenti, abituate a ricevere soluzioni invece di sviluppare la capacità di trovarle.
Le radici si formano nel vento
Un’immagine che trovo molto efficace per spiegare questo meccanismo è quella di un albero cresciuto in un ambiente completamente protetto, senza vento, senza pioggia intensa, senza variazioni, e che, proprio per questo, sviluppa radici superficiali. Appena arriva una vera perturbazione, cade. Al contrario, un albero che ha dovuto fare i conti con agenti atmosferici più rigidi sviluppa un sistema radicale profondo, capace di reggere anche quando le condizioni si fanno difficili.
Le persone funzionano in modo simile. Le difficoltà affrontate, se non subite passivamente, ma attraversate con la consapevolezza di poterle gestire, costruiscono qualcosa che nessuna protezione esterna può dare: la fiducia nelle proprie capacità.
Invece di abbandonare le persone di fronte alle sfide, si sceglie di stare loro vicini in un modo nuovo, che si traduce nell’essere presenti e pronti ad aiutare, evitando però di sostituirsi a loro.
La differenza tra supporto e sostituzione
Nel lavoro con i gruppi, questa distinzione diventa concreta in modo molto preciso.
Un buon coordinatore è quello che crea le condizioni perché il gruppo sviluppi la capacità di risolvere i problemi senza abbandonare le persone di fronte alle sfide. Un buon formatore sa stare nel silenzio mentre i partecipanti cercano una risposta, evitando di fornire la propria come giusta. Un buon presidente di associazione sa anche capire che il proprio compito è quello di rendere il gruppo progressivamente sempre più capace di fare a meno di lui.
Questa è una delle cose più difficili da accettare per chi ha un forte senso di responsabilità verso gli altri. Lasciare che qualcuno affronti una difficoltà senza intervenire può sembrare indifferenza. In realtà è una forma di rispetto profondo: la fiducia che l’altro abbia le risorse per farcela.
I momenti in cui un gruppo impara davvero non sono quelli in cui il conduttore spiega la soluzione, ma quelli in cui il gruppo arriva alla soluzione da solo, magari dopo un momento di confusione, di attrito, di ricerca. Quella fatica fa parte del processo. Toglierla significa togliere anche l’apprendimento.
Quando la protezione diventa gabbia
C’è un segnale abbastanza chiaro che indica quando si è scivolati dalla protezione al controllo: la persona che stiamo aiutando smette di provare a cavarsela da sola. Si aspetta che qualcuno intervenga, non sviluppa autonomia, e quando l’aiuto non arriva si trova impreparata.
Nei gruppi di volontariato questo si vede nelle associazioni in cui tutto dipende da una o due persone. Quando quelle persone mancano, il gruppo va in difficoltà. La struttura che sembrava solida si rivela fragile, perché non è mai stata messa davvero alla prova.
La vera solidità di un gruppo si misura in assenza del leader, non in sua presenza, perché in quel momento ne potranno nascere altri. Un gruppo che funziona bene anche quando il coordinatore non c’è è un gruppo che non è stato tenuto lontano dalle difficoltà e che, così facendo, è stato accompagnato nel tempo verso l’autonomia.
Lasciare che la pioggia cada
Mio padre aveva capito una verità che richiede tempo per essere accettata: aiutare davvero qualcuno consiste nell’accompagnarlo mentre impara a portare il proprio zaino, anziché caricarsene il peso al posto suo.
La prossima volta che senti l’impulso di intervenire per risolvere, di togliere un ostacolo dalla strada di qualcuno, vale la pena fermarsi un momento e chiedersi: sto aiutando questa persona a crescere, oppure sto solo rendendo più facile il mio disagio di fronte alla sua difficoltà?
La risposta a quella domanda cambia tutto.
Spicca il volo! Riccardo
PS: con questo articolo ringrazio ancora mio papà. Ma tu puoi fare lo stesso: c’è una persona che decidi di ringraziare a distanza di tempo per un insegnamento simile?