Quando qualcuno supera il muro: come cambiano i limiti nei gruppi e nelle organizzazioni

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Per anni, nel mondo dell’atletica, si è ritenuto che correre un miglio (pari a un chilometro e 609 metri) in meno di quattro minuti fosse oltre le possibilità umane. Non era solo una questione tecnica o fisiologica. Era diventata una convinzione condivisa, quasi un confine simbolico. Quel tempo rappresentava un muro.
Una moltitudine di specialisti dell’atletica col supporto di numerosi medici aveva illustrato dettagliatamente al mondo intero, con rigorose basi scientifiche, l’insuperabilità biologica del limite dei quattro minuti su quella distanza. Più che una sfida ardua o estremamente complessa, l’impresa veniva universalmente etichettata come un traguardo fuori dalla portata umana.
Il verdetto era scritto: nessun uomo avrebbe mai potuto correre il miglio sotto i 4 minuti, senza incorrere in

Poi, nel 1954, Roger Bannister riuscì a correre il miglio sotto quella soglia.
Tralasciando l’aspetto sportivo e tecnico della prestazione, da quel momento il muro dei quattro minuti perse la sua aura di impossibilità. Nel giro di pochi mesi molti altri atleti riuscirono a superarlo.
Il limite non era scomparso per magia. Era cambiato lo sguardo su quel limite, tanto che si comincio a parlare di effetto Bannister, senza limitarlo all’atletica.

Questa dinamica riguarda lo sport, certo. Ma riguarda anche le organizzazioni, i gruppi di volontariato, i contesti educativi e formativi. Riguarda ogni ambiente in cui, a un certo punto, qualcuno pronuncia una frase che suona familiare: “Abbiamo sempre fatto così”, “Non si può fare”, “Non siamo capaci”.

Ogni gruppo, nel tempo, costruisce i propri muri invisibili. Nascono da esperienze passate e da tentativi falliti, a volte condizionati da risorse limitate ma soprattutto da convinzioni limitanti sedimentate. All’inizio proteggono, perché danno una struttura ed evitano rischi eccessivi. Con il passare del tempo, però, possono trasformarsi in confini rigidi che restringono la visione.

Nel volontariato, ad esempio, può diventare un muro l’idea che “non abbiamo persone sufficienti per fare di più”. Nella formazione può radicarsi la convinzione che “con questo tipo di partecipanti certi risultati non sono raggiungibili”. In un’organizzazione più complessa, aziendale o non, può consolidarsi la certezza che “quel progetto è troppo ambizioso per noi”.

Il muro, quasi sempre, è prima culturale e poi operativo.
In sostanza, è prima nella nostra testa che nella realtà che ci circonda.

La storia di Bannister insegna che quando qualcuno riesce a superare una soglia considerata invalicabile, cambia il panorama mentale di tutti gli altri. Non perché le condizioni diventino improvvisamente semplici, ma perché si apre una possibilità concreta. Ciò che era ritenuto irrealizzabile entra nel campo del fattibile.

Nei gruppi accade qualcosa di simile. A volte basta una persona che prova una strada diversa, che propone un modello organizzativo nuovo, che sperimenta una modalità formativa innovativa. All’inizio nell’indicare una via nuova si incontrano le  resistenze di tutti quelli intorno che rimangono ancorati a un vecchio sistema. I dubbi non mancano e il timore di fallire è reale. Eppure, se quell’esperimento riesce, anche solo in parte, il perimetro mentale del gruppo si allarga.

C’è un altro aspetto che merita attenzione. Bannister non vinse contro il mondo da solo. La sua impresa fu il risultato di una preparazione rigorosa e di una collaborazione precisa con il suo allenatore e mentore Franz Stampfl, che nel corso della Seconda Guerra Mondiale era sopravvissuto nuotando per otto ore nel Mare del Nord perché un siluro tedesco aveva affondato la nave sulla quale stava viaggiando. Fu il suo allenatore a spronarlo e a fargli capire che il traguardo che si erano posti era raggiungibile. Questo dettaglio sulla sinergia tra le persone è fondamentale quando trasferiamo la metafora nei nostri contesti. Superare un limite organizzativo raramente è il gesto isolato di un singolo eroe ed è invece il frutto di un lavoro condiviso, di ruoli chiari e che si basano sulla fiducia reciproca.

Nelle associazioni e nei progetti educativi spesso attendiamo la “persona straordinaria” che cambi tutto, un po’ come se fosse il campione fuoriclasse che da solo può risolvere l’esito di una partita. In realtà, ciò che modifica i confini è la combinazione tra visione individuale e sostegno collettivo. Una leadership capace di credere nella possibilità e un gruppo disposto a fare la propria parte.

C’è inoltre un ulteriore effetto, forse meno evidente a una prima lettura ma altrettanto significativo. Quando un muro cede, infatti, non cambia solamente ciò che si può fare. A trasformarsi è la percezione di sé delle persone coinvolte: cresce l’autoefficacia, aumenta la fiducia e si rafforza il senso di appartenenza. Il gruppo, in quel momento, non si limita a raggiungere un risultato, ma ridefinisce la propria identità.

Tutto questo non significa che ogni limite sia fittizio o che ogni barriera possa essere abbattuta con la sola forza di volontà. Esistono, è innegabile, vincoli reali, risorse finite e condizioni oggettive. La vera differenza risiede piuttosto nel distinguere tra ciò che è realmente impossibile e ciò che è diventato tale solo perché ci siamo convinti che non si possa fare nient’altro di diverso.

Nei percorsi di crescita, sia personali che professionali, così come nei cammini associativi, il lavoro più delicato verte proprio su questo: riconoscere i muri interiori prima ancora di quelli esterni. Nei lavori che svolgo con persone e gruppi, l’attenzione viene quindi posta nell’individuare le convinzioni che restringono il nostro campo d’azione e porsi la domanda se un determinato limite sia un dato oggettivo della realtà o semplicemente una narrazione consolidata.

Ogni volta che un gruppo trova il coraggio di mettere alla prova una convinzione limitante, compie un passo di maturazione. A volte il tentativo non riesce e occorre rivedere il progetto. Altre volte il risultato supera le aspettative e apre scenari nuovi. In entrambi i casi si genera apprendimento.

Il muro dei quattro minuti rimase nella storia dell’atletica come un simbolo. Oggi rappresenta qualcosa che, per un periodo, sembrava oltre la portata e che poi è entrato nella normalità sportiva. Nei nostri ambienti professionali e associativi esistono muri meno visibili ma altrettanto influenti. Possono riguardare la capacità di innovare, di attrarre nuove energie, di affrontare conflitti, di assumere responsabilità.

La questione centrale non consiste nel principio di sfidare ogni limite, quanto piuttosto nel rifiutare di accettare automaticamente come definitivo ciò che è soltanto abituale.
Ogni organizzazione che desidera crescere ha bisogno di persone disposte a interrogare i propri confini e di leader capaci di sostenere il cambiamento senza imporlo. Quando questo accade, ciò che ieri appariva irraggiungibile diventa un traguardo possibile.

E, come nella corsa di Bannister, il vero cambiamento non sta soltanto nel tempo segnato sul cronometro, ma nel fatto che da quel momento in poi il muro non è più lo stesso per nessuno.

Spicca il volo!
Riccardo

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