Ci sono momenti in cui basta un solo incontro per ricordarci perché facciamo ciò che facciamo. Non serve che sia lungo, strutturato o particolarmente emozionale. È sufficiente che sia reale. Un volto, una voce, una storia. Qualcuno che ci mostra, senza volerlo, che il nostro impegno ha toccato la sua vita.
Mi è capitato più volte, sia nei contesti formativi sia in quelli legati al volontariato, di vedere come il significato di un ruolo, di un compito, di una responsabilità cambi radicalmente quando entra in scena una persona: un essere umano in carne e ossa che renda il nostro apporto concreto e significativo e non più una definizione astratta che svolgiamo in maniera abitudinaria.
Ed è proprio questo il punto: la motivazione più solida nasce da un “chi”, oltre che da un “perché”. Il “perché” può ispirare, certo. E ritengo sia il punto principale sul quale lavorare (ne parlo anche nei miei corsi di formazione in presenza per le associazioni, che puoi consultare cliccando QUI). Il “chi” successivo, invece, trasforma.
Il motore nascosto dell’impegno umano
Molti gruppi di volontari raccontano episodi simili. Magari dopo mesi di attività ripetitive come gestire i turni o rispondere a richieste, si incontra una persona che dice semplicemente: “Grazie. Non so come avrei fatto senza di voi.” Qualcuno che magari a distanza di molto tempo dica al volontario: “Vi ricordiamo ancora.”
Sono incontri brevi, eppure spostano tutto. Perché lì, all’improvviso, il nostro impegno prende forma e manifesta l’impatto e il legame che si è creato con l’altro, al di là dell’attività o compito che abbiamo svolto.
E questo vale anche nelle aziende, nelle associazioni, nei percorsi di formazione. Le persone non si impegnano solo perché “dovrebbero”, lo fanno perché sentono che ciò che fanno arriva da qualche parte. Perché ha senso, e il senso smette di essere teorico quando acquista un nome, un volto, una storia.
La relazione come antidoto alla stanchezza
C’è un fenomeno interessante che chi lavora con i gruppi conosce bene: la stanchezza cresce quando il lavoro perde di vista il destinatario, quando ciò che facciamo resta in superficie, senza qualcuno a cui agganciarsi, senza una direzione precisa.
L’essere umano non è fatto per sostenere a lungo la fatica priva di significato. Può farlo per dovere, per senso di responsabilità, per un po’. Ma non a lungo.
Quando invece percepisce l’impatto, anche minimo, ritrova energie che non sapeva di avere. È il motivo per cui tante persone nel volontariato, pur con vite piene e complicate, continuano per anni. Si va al di là del farlo perché “serve” o perché “fa bene agli altri”: quelle relazioni restituiscono qualcosa che nessun incentivo può pareggiare: la sensazione di essere utili a qualcuno in particolare.
Nel rispetto chiaramente della privacy e non avendo neanche idea di quale sia il nome della persona aiutata, ma è “quella persona che ho incontrato” e non un membro della collettività in senso astratto.
Il limite dei modelli motivazionali tradizionali
Nel mondo della formazione si parla spesso di motivazione intrinseca ed estrinseca. Modelli utili, certo, ma incompleti quando si tratta di persone reali, perché non considerano a sufficienza l’impatto delle relazioni sul senso del lavoro.
La verità è che si possono offrire corsi, benefit, riconoscimenti, nuove tecnologie. Tutto legittimo, tutto importante. Nessuno di questi elementi però, da solo, costruisce un legame emotivo con ciò che facciamo.
Il significato arriva quando percepiamo una connessione autentica con le persone che beneficiano del nostro contributo. E questo, al di là dello strumento utilizzato o occasione, lo avvertiamo con la dimostrazione dell’effetto che ha sugli altri.
Il paradosso dei leader: come rendere visibile ciò che non puoi creare
Qui emerge una sfida spesso sottovalutata. Un leader, in qualunque contesto (aziendale, associativo, educativo) non può creare artificialmente il significato, programmando ogni settimana l’incontro perfetto, la testimonianza ideale o il momento emozionante che riaccende la motivazione del gruppo.
Il senso non si mette in agenda né lo possiamo riprodurre schiacciando un pulsante.
E allora che si fa? Ci si arrende? Si lascia al caso la motivazione delle persone?
Ovviamente no.
Il ruolo del leader non è generare il significato, ma permettergli di emergere, creando le condizioni e il clima in cui il “chi” possa essere visibile.
A volte basta molto meno di quanto immaginiamo.
Negli anni ho visto gruppi fiorire nuovamente dopo momenti di stanchezza grazie a scelte semplici, che riportavano al centro questi momenti di condivisione reciproca, all’interno dei quali i volontari potessero ritrovarsi e beneficiare dei ricordi e motivazioni degli altri, come carburante per il futuro.
Sono vere e proprie occasioni di verità, nelle quali ci si può riconoscere il senso di quello che si fa.
E quando lo riconosci, ogni cosa pesa in modo diverso.
La formazione come spazio in cui il “chi” emerge
Un aspetto che spesso trascuriamo è che la formazione oltre a trasmettere competenze, può e deve restituire significato alle esperienze. Quando un gruppo riflette insieme su ciò che fa, sulle difficoltà, sulle storie incontrate, sulle motivazioni originarie e su quelle scoperte lungo la strada, allora il senso torna alla superficie.
La formazione diventa un luogo in cui il “chi” viene rimesso al centro come esperienza viva e non come caso studio fine a se stesso. Questo riaccende energie che si credevano perdute.
Conclusione: il significato non è un’idea, è un incontro
Gran parte del nostro impegno, che sia nel volontariato o nella professione che svolgiamo, così come nella crescita personale, trova la sua forza nelle relazioni, anche se molto spesso andiamo a cercarla solo nelle teorie. Possiamo studiare, organizzare, programmare e ottimizzare però alla fine, ciò che ci rimette in piedi è sempre lo stesso importantissimo punto: la consapevolezza che quello che facciamo conta per qualcuno. Ricordiamoci di ricordarcelo sempre.