Perché facciamo le cose come le abbiamo sempre fatte

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Nel 1967 il dottor G.R. Stephenson condusse un esperimento con cinque scimmie. Le sistemò in un grosso laboratorio al centro del quale c’era una scala, con delle banane posizionate in cima. Ogni volta che una scimmia provava a salire, tutte le altre venivano bagnate con un getto forte di acqua fredda. Nel giro di poco tempo, le scimmie impararono la lezione e smisero di tentare di raggiungere le banane: bastava che una si avvicinasse alla scala perché le altre la bloccassero fisicamente.

Fin qui, un meccanismo comprensibile. La ricompensa della banana non valeva la sofferenza del getto d’acqua. Il punto interessante arriva dopo.

Stephenson cominciò a sostituire le scimmie originali una alla volta con esemplari nuovi, che non avevano quindi mai subito il getto d’acqua. Ogni volta che una scimmia appena arrivata si avvicinava alla scala, le altre scimmie la fermavano. La nuova scimmia chiaramente non capiva perché, ma imparava rapidamente che quella era la regola.
Col tempo, la rotazione dei nuovi ingressi portò alla sostituzione di tutte le scimmie originali formando così un gruppo di scimmie in cui nessuna di quelle presenti aveva mai ricevuto su di sé il forte getto d’acqua fredda. Eppure nessuna saliva la scala, e appena un esemplare ci provava veniva bloccato dagli altri.

Il comportamento originale era rimasto anche se la ragione era scomparsa, visto che nessuna scimmia poteva realmente collegarlo a un motivo conosciuto.

Quando la regola sopravvive al motivo

Questo esperimento descrive qualcosa che chiunque abbia lavorato in un gruppo riconosce immediatamente. Ci sono prassi, abitudini, modi di fare le cose che si tramandano senza che nessuno sappia più spiegare da dove vengono. Vengono rispettate anche senza capirne realmente il senso, solamente perché esistono da prima che gli attuali membri entrassero nel gruppo.

Nelle associazioni di volontariato questo fenomeno è particolarmente visibile. Le riunioni si tengono sempre il martedì sera perché le ha sempre tenute il martedì sera il presidente di quindici anni fa. I nuovi volontari vengono accolti con un certo rituale perché “si è sempre fatto così.” Alcune decisioni passano sempre per certe persone anche se non hanno le competenze più adatte, ma perché quel ruolo informale si è cristallizzato nel tempo.

Se a volte queste abitudini hanno ancora senso e non si può generalizzare, è anche vero che in molte occasioni ci si ritrova a seguire regole che erano sensate in un contesto che non esiste più. Il problema è che raramente qualcuno si ferma a fare questa distinzione.

Il prezzo del pilota automatico

Fare le cose come le si è sempre fatte ha un costo che non sempre si vede nell’immediato. Il costo più evidente è la perdita di efficacia: una procedura nata per rispondere a un bisogno specifico può diventare un ostacolo quando quel bisogno è cambiato. Ma c’è un costo meno visibile e forse più pesante: quello sull’energia delle persone.

Chi entra in un gruppo con idee nuove e si sente sistematicamente frenare non con argomenti, ma con la forza silenziosa del “si fa sempre così”, prima o poi smette di proporre. Poi smette di partecipare con lo stesso entusiasmo. Poi, spesso, se ne va.
I gruppi che non riescono a distinguere tra le tradizioni che vale la pena mantenere e le abitudini che andrebbero semplicemente aggiornate rischiano di perdere proprio le persone più motivate a portare qualcosa di nuovo.

Ho incontrato questa dinamica molte volte nei percorsi formativi con coordinatori e volontari. Il blocco raramente è esplicito: nessuno dice apertamente “non vogliamo cambiare nulla.”
Si manifesta in modo più sottile, attraverso resistenze passive, rinvii, obiezioni tecniche che in realtà coprono una difficoltà più profonda con il cambiamento stesso.

La domanda che nessuno fa

La trappola psicologica riproposta nell’esperimento delle scimmie di Stephenson non si rompe da sola. Richiede che qualcuno si fermi e faccia la domanda che il gruppo ha smesso di porsi: perché facciamo questa cosa in questo modo?

Questo interrogativo rappresenta un fondamentale esercizio di manutenzione, ben lontano da qualsiasi intento destabilizzante. I gruppi sani la fanno periodicamente, con la disponibilità genuina a sentire che alcune risposte potrebbero essere “non lo sappiamo più” oppure “il motivo originale non esiste più.”

Nei percorsi di formazione e crescita personale, questa capacità di rimettere in discussione le proprie abitudini, facendolo senza ansia e senza la sensazione che farlo equivalga a tradire qualcosa, è una delle competenze più utili che si possano sviluppare. Riguarda il modo in cui lavoriamo, ma anche il modo in cui pensiamo a noi stessi e alle nostre convinzioni.

Le scimmie dell’esperimento non erano stupide: stavano facendo esattamente quello che i gruppi fanno, vale a dire trasmettersi le regole di sopravvivenza.
Il problema è che nessuna di loro aveva gli strumenti per chiedersi se quelle regole fossero ancora valide.

Cambiare senza perdere ciò che vale

Più che azzerare tutto, ridiscutere le abitudini di un gruppo permette di fare un bilancio: si tratta di conservare quello che funziona oggi, separandolo da ciò che apparteneva ad altre persone o a un vecchio contesto.

Un’associazione che sa fare questa distinzione cresce senza perdere la propria identità. Aggiorna i metodi mantenendo i valori, apre le porte alle persone nuove senza spaventarle con un muro invisibile di convenzioni non scritte, adattandosi ai cambiamenti esterni senza subirli passivamente.

La scala nell’esperimento di Stephenson non era il nemico. Le banane erano ancora lì, reali e raggiungibili. Il problema era che nessuno aveva più provato a chiedersi se valesse la pena salire.

Spicca il volo!
Riccardo

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