Esiste una domanda che ogni tanto vale la pena farsi, anche se la risposta può essere scomoda: le persone con cui passiamo il tempo ci fanno bene oppure ci consumano?
Al di là del comprensibile sorrisetto che potrebbe spuntare dopo aver letto le prime righe di questo articolo, il quesito non ce lo dobbiamo porre per essere cinici o costruire relazioni basate sul calcolo e l’interesse. Si tratta di riconoscere qualcosa che la ricerca scientifica ha cominciato a misurare in modo abbastanza preciso.
Quello che lo studio ha trovato
Uno studio pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences ha analizzato i dati di oltre 2.300 adulti, incrociando informazioni sulle loro reti sociali con marcatori biologici ricavati da campioni di saliva. L’obiettivo era capire se le relazioni difficili, vale a dire quelle con persone che creano tensione in modo ricorrente, avessero un impatto misurabile sulla salute fisica.
Il risultato è stato piuttosto netto. Ogni fonte di stress relazionale cronico risultava associata a un invecchiamento biologico accelerato di circa l’1,5%, corrispondente a circa nove mesi di età biologica in più rispetto a chi non era esposto a quella fonte di tensione.
In sostanza, le persone sbagliate intorno a noi non ci pesano solo emotivamente: lasciano una traccia concreta nel corpo.
Perché alcune relazioni fanno più male di altre
Lo studio ha evidenziato un dato che a prima vista può sembrare controintuitivo. Le amicizie difficili sono risultate relativamente rare: solo una piccola percentuale di rapporti amicali viene vissuta come fonte di stress cronico. Le relazioni più problematiche tendono invece a essere quelle che non si possono facilmente interrompere o ridefinire: familiari, colleghi, persone con cui si condivide uno spazio o un ruolo.
La ragione è abbastanza chiara. Da un amico che ci pesa possiamo prendere gradualmente le distanze, senza grandi spiegazioni. Invece è tutta un’altra storia se consideriamo un collega con cui lavoriamo ogni giorno o un familiare con cui ci troviamo a condividere scelte importanti, così come un membro del gruppo con cui portiamo avanti un progetto.
Proprio questi contesti, quelli in cui la relazione è strutturata da obblighi o da prossimità continuativa, sono quelli in cui la tensione cronica fa più danni, proprio perché non si esaurisce in un singolo episodio ma si ripete e si accumula.
Nei gruppi si vede chiaramente
Chi ha esperienza di lavoro in gruppo, a prescindere dal fatto che il contesto sia professionale, all’interno di un’associazione oppure in un percorso formativo, riconosce bene questa dinamica.
C’è quasi sempre qualcuno che, senza necessariamente volerlo, rende le interazioni più faticose del necessario. Può essere la persona che alimenta il conflitto invece di cercare una via d’uscita, magari qualcuno che porta tensione anche nelle conversazioni più ordinarie.
Il gruppo ne risente nel tempo. L’energia collettiva si abbassa e le riunioni diventano pesanti, portando la motivazione a consumarsi gradualmente. A volte non si riesce nemmeno a individuare la causa con precisione, si sa solo che qualcosa non funziona e che stare insieme è diventato faticoso.
La ricerca suggerisce che questa fatica ha radici fisiologiche, non solo psicologiche. Lo stress da relazione difficile mantiene attivi nel corpo i sistemi di risposta allo stress, con effetti che nel tempo diventano misurabili.
La domanda più scomoda
Fin qui è facile. Leggere di persone che creano tensione e pensare immediatamente a qualcun altro è un riflesso quasi automatico. Abbiamo tutti pensato leggendo queste righe a quel collega difficile, al membro del gruppo che complica tutto o al familiare che prosciuga le energie.
La domanda più utile, però, è un’altra.
Esiste la possibilità che, in certi momenti e contesti, quella persona difficile…siamo noi?
Anche perché a pensarci bene, quasi tutti hanno attraversato periodi in cui la propria presenza pesava sugli altri più del solito. Momenti di stress personale che si riversavano nelle relazioni, dinamiche di gruppo in cui si contribuiva alla tensione senza rendersene pienamente conto.
Riconoscerlo non è facile, perché la tendenza naturale è quella di percepirsi come la parte ragionevole della storia: noi siamo sempre quelli che hanno ragione, il problema sono gli altri!
Eppure proprio questa capacità di guardarsi con onestà e di chiedersi obiettivamente ogni tanto che effetto si produce sulle persone con cui si sta, è una delle competenze relazionali più preziose che si possano sviluppare.
Scegliere con consapevolezza
Tutto questo porta a due riflessioni pratiche che possono convivere senza contraddirsi.
La prima riguarda le relazioni che scegliamo di coltivare. Investire tempo e attenzione nelle persone che rendono la vita più stabile e leggera, e imparare a proteggere le proprie energie da quelle che la consumano sistematicamente, è un atto di cura verso se stessi. La qualità delle persone intorno a noi influenza la qualità della nostra vita in modo molto più concreto di quanto tendiamo ad ammettere.
La seconda riguarda il tipo di presenza che scegliamo di essere. Lavorare su come ci relazioniamo e gestiamo la tensione, su come occupiamo lo spazio nei gruppi in cui siamo coinvolti, è un percorso che vale la pena fare. In fondo, chiunque può essere una fonte di energia per chi gli sta accanto, oppure una fonte di consumo. La differenza spesso sta nella consapevolezza con cui “abitiamo” le relazioni.
La scienza ha cominciato a misurare quello che molti sentivano già in modo intuitivo.
Le persone con cui scegliamo di stare lasciano un segno, dentro e fuori.
E tu, quale segno scegli di voler lasciare?
Spicca il volo!
Riccardo