C’è una convinzione diffusa, quasi automatica, quando si parla di formazione, che la definisce come un corso nel quale cui qualcuno insegna e qualcun altro ascolta. Un tempo delimitato, con un programma, delle slide, magari qualche esercitazione e alla fine un attestato. Tutto ordinato, tutto misurabile. Arrivo a questo corso con un determinato livello di conoscenze su un determinato argomento e alla fine mi ritrovo con un livello più alto. Eppure, chi ha davvero vissuto esperienze formative che hanno lasciato il segno sa che non è questo a fare la differenza. La formazione autentica, senza voler demonizzare l’apprendimento standard di qualcosa di nuovo, avviene quando qualcuno o qualcosa ci cambia dentro. Quando un incontro, con una persona, con un’idea oppure con un’esperienza, apre uno spazio che prima non c’era.
La formazione è quindi molto più di un “corso”: è un luogo di relazione.
Un punto di contatto tra storie, emozioni e visioni del mondo, con la possibilità di riconoscerci negli altri e, al tempo stesso, di metterci in discussione. Questo vale in ogni contesto: in un’aula di formazione professionale, in un gruppo di volontari, in una riunione aziendale o in un laboratorio di crescita personale. Ogni volta che due o più persone si incontrano per imparare insieme, lì si crea una possibilità di cambiamento.
Quando la formazione diventa dialogo
Molte delle esperienze più significative che ho vissuto in aula non sono nate da ciò che avevo preparato, ma da ciò che è accaduto “tra” le persone. Questa spazio speciale è stato stimolato da un racconto improvvisato o da una domanda che spostava la prospettiva, ma anche da un silenzio che invitava alla riflessione. È in quei momenti che la formazione smette di essere un trasferimento di conoscenze e diventa un dialogo autentico, capace di generare consapevolezza.
Questo succede perché ogni volta che ci apriamo davvero a ciò che l’altro dice o che semplicemente porta con sé stiamo per definizione imparando qualcosa: qualcosa su di noi e non solo su un tema specifico. Proprio in quel momento in cui ciò che ascoltiamo risuona con qualcosa che ci appartiene, sperimentiamo come l’incontro sia formazione.
Il valore della presenza
Una delle grandi sfide della formazione oggi è la presenza. Immersi perennemente (e a volte inconsapevolmente) in flussi di informazioni, tra schermi, notifiche e distrazioni continue, sperimentiamo una forma di presenza fisica ma non mentale. Spesso, anche quando siamo fisicamente presenti, non ci siamo davvero. Per usare un termine abusato ma ahimè tremendamente calzante, siamo connessi ma non siamo coinvolti. E ovviamente sono due cose diverse.
La formazione vera, invece, chiede di esserci interamente: con la curiosità e con la disponibilità ad ascoltare, scegliendo di lasciarsi avvicinare da ciò che ci accade attorno e accogliendo molto più delle nozioni che ci vengono passate. Questo implica considerare l’altro come un interlocutore con cui entrare in relazione e riconoscere che, anche quando siamo preparati su un tema specifico, ogni incontro può sorprenderci e aprire a qualcosa di nuovo.
Ogni formatore lo sa: quando un gruppo “si accende”, la differenza la fa la connessione reale che nasce tra le persone, molto più della brillantezza di una slide o di una frase particolare. È l’attenzione reciproca che diventa terreno fertile per ogni forma di apprendimento.
Il ruolo del formatore: creare contesti di incontro
Essere formatori, in questo senso, riveste un ruolo importante che va al di là del trasmettere un sapere, per creare le condizioni perché l’apprendimento accada realmente.
Il formatore è un facilitatore di incontri, qualcuno che costruisce spazi di dialogo e di fiducia, dove le persone possano sentirsi libere di esprimersi, di raccontare e, anche, di dubitare. È un ruolo di grande responsabilità, che richiede competenza insieme a presenza, ascolto e una buona dose di umiltà.
Ci sono momenti, in aula, in cui la cosa più formativa che si possa fare è tacere. Lasciare che siano gli altri a parlarsi, a scoprire da soli qualcosa che un discorso non avrebbe potuto spiegare. Altre volte, basta una domanda ben posta per aprire un mondo. Un buon formatore non guida, accompagna, tenendo aperta la strada più che spingendo verso un risultato.
Apprendere dagli altri: il potere dell’ascolto reciproco
Ogni gruppo di formazione è un piccolo laboratorio umano. C’è chi arriva entusiasta, chi diffidente, chi in cerca di conferme e chi desidera cambiare. Eppure, se si riesce a creare un clima di fiducia, tutti possono diventare maestri inconsapevoliper gli altri. Un racconto personale, una difficoltà condivisa, un errore ammesso, tutto può diventare materiale formativo, se accolto con attenzione.
Ricordo un corso con un gruppo di volontari in cui si stava discutendo del valore dell’ascolto nelle situazioni di aiuto. A un certo punto, una signora ha raccontato di come, durante la pandemia, andasse ogni giorno a portare la spesa a un’anziana del suo quartiere.“Non serviva solo il cibo”, ha detto, “serviva che qualcuno le dicesse che non era sola.” Quella frase ha cambiato il tono di tutta la giornata: nessuna teoria avrebbe potuto spiegare meglio il senso profondo del prendersi cura. In quel momento, c’era stata vera formazione.
La formazione come atto di reciprocità
C’è un aspetto che spesso sottovalutiamo: ogni volta che insegniamo, impariamo. Ogni volta che raccontiamo qualcosa, lo comprendiamo un po’ di più. La formazione è unatto reciproco: chi parla e chi ascolta si trasformano entrambi. Questa reciprocità è ciò che la rende viva e mai uguale né prevedibile.
Per questo, anche chi fa formazione da molti anni sa che non esiste un modo giusto per insegnare che vada bene per tutti e per tutte le occasioni. Ci sono persone che si incontrano e, per un momento, condividono lo stesso spazio, la stessa curiosità, la stessa voglia di capire qualcosa in più del mondo e di sé. Quando questo accade, la formazione smette di essere un corso e diventa una forma di umanità condivisa.
Conclusione: imparare a incontrarsi
Forse il futuro della formazione e, più in generale, del modo in cui impariamo, trova la sua direzione in qualcosa di semplice e antico: la capacità di incontrarsi davvero, oltre il richiamo di tecnologie sempre più avanzate e metodologie sofisticate. Guardarsi negli occhi, ascoltare, sospendere il giudizio, mettersi in gioco. L’apprendimento autentico si misura in ciò che cambia nel modo in cui guardiamo gli altri e non solamente in ore, in attestati o in competenze acquisite da riportare nel curriculum vitae.
Ogni volta che un incontro ci rende più consapevoli e aperti, più capaci di riconoscere l’altro, lì è stata fatta formazione. Poco importa se è avvenuta in un’aula, online, in un corridoio o durante una conversazione dopo cena: ciò che conta è che, per un istante, abbiamo imparato a vedere il mondo anche attraverso gli occhi di qualcun altro.