La competenza che il Terzo Settore fatica ancora a riconoscere

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Qualcosa di curioso emerge quando si guardano i dati sulla formazione nelle organizzazioni di volontariato e nel Terzo Settore in generale. Le associazioni investono in aggiornamento tecnico, in procedure, in competenze operative legate alle attività che svolgono. Tutto giusto, tutto necessario. Eppure c’è un’area che resta sistematicamente in secondo piano, quasi fosse considerata un optional: la formazione sulle competenze relazionali.

I numeri parlano chiaro. Solo una realtà su cinque tra quelle del non profit dedica risorse allo sviluppo delle competenze umane e relazionali del proprio personale e dei propri volontari. Una su cinque. In un settore che vive di relazioni, che si regge sulla qualità dei legami tra le persone, che ha nella cura dell’altro la sua ragione d’essere.

Tecnica sì, relazione no?

La logica che sta dietro a questa scelta è comprensibile. Quando le risorse sono limitate, si tende a formare le persone su quello che serve per fare le attività: come gestire un magazzino alimentare, come assistere una persona anziana, come rendicontare un progetto. Sono competenze reali, necessarie, che hanno un impatto diretto sul servizio offerto.

Il problema è che questa impostazione porta a trascurare qualcosa di altrettanto concreto: la qualità delle interazioni tra le persone che lavorano insieme.
Coordinare un gruppo di volontari va ben oltre la semplice organizzazione e comporta il sapersi muovere dentro dinamiche relazionali complesse. Ogni piccola tensione può trasformarsi in una frattura tra le persone se non viene accolta e gestita, così come la motivazione può affievolirsi e ha bisogno di essere riaccesa. Senza dimenticare la comunicazione, interna ed esterna, che soprattutto nei momenti più delicati, richiede chiarezza e sensibilità.
Tutto questo chiama in gioco competenze che non si assorbono per osmosi e che difficilmente emergono da sole con il passare del tempo.

Il volontario dimenticato

Secondo i dati Istat relativi al censimento permanente delle istituzioni non profit del 2021, i volontari risultano largamente esclusi. La formazione, quella poca che c’è sulle competenze relazionali, raggiunge principalmente i dipendenti del settore, lasciando fuori la componente più numerosa e spesso più esposta alle dinamiche di gruppo.

Eppure i volontari sono quelli che gestiscono i rapporti con le persone assistite, che tengono in piedi le riunioni settimanali, che devono trovare un equilibrio tra il proprio impegno personale e le esigenze del gruppo. Sono loro, spesso, a fare da cuscinetto tra le tensioni interne e il servizio esterno. Lasciarli senza strumenti su questi temi significa esporli a situazioni che avrebbero tutti i diritti di affrontare con più consapevolezza.

Cosa cambia quando si investe in questo

La differenza nei gruppi che invece hanno la possibilità di accedere a questo tipo di formazione si vede. La formazione relazionale, nei contesti di volontariato, rappresenta una risorsa concreta che incide profondamente sulla qualità dell’esperienza di chi ne fa parte. Quando le persone sviluppano maggiore sensibilità nelle dinamiche umane, cambia il modo in cui leggono le situazioni e il modo in cui scelgono di intervenire.

Un coordinatore, ad esempio, diventa più capace di cogliere i segnali di un gruppo in difficoltà e di agire con tempestività, prima che le tensioni si trasformino in problemi più profondi. Allo stesso modo, un volontario che ha acquisito strumenti per affrontare le conversazioni più delicate riesce a vivere anche i momenti complessi con maggiore equilibrio, evitando di portarsi a casa il peso emotivo di ciò che accade durante il servizio.

Questo impatto si riflette anche nei livelli decisionali: un consiglio direttivo che sa attraversare il disaccordo senza scivolare nel conflitto personale costruisce scelte più solide, condivise e sostenibili nel tempo. In questo senso, la formazione relazionale arricchisce le competenze e trasforma il modo di stare insieme, rendendo i gruppi più consapevoli, coesi e capaci di affrontare le sfide.
Questi sono tutti cambiamenti osservabili nel modo in cui le persone lavorano insieme, nella tenuta dei gruppi nel tempo, nella capacità di attraversare i momenti difficili senza perdere le persone migliori.

La formazione sulle competenze relazionali segue tempi diversi rispetto a un corso tecnico, come quello su come compilare un modulo. Ha bisogno di spazio, di pratica e della possibilità per le persone di fare esperienza e riflettere su ciò che vivono. È proprio questo processo a generare apprendimenti più profondi e a lasciare tracce durature nel tempo.

Una questione di priorità

Il nodo centrale riguarda il modo in cui vengono stabilite le priorità. Quando un’associazione costruisce un piano formativo, quando chiaramente questo piano esiste davvero e non si riduce a una sequenza di iniziative sporadiche, le competenze relazionali trovano spesso poco spazio nella progettazione.

Eppure, sono proprio queste competenze a sostenere la qualità delle relazioni, la tenuta dei gruppi e il benessere delle persone coinvolte. Inserirle in modo strutturato significa riconoscerle come un investimento essenziale, e non solo come qualcosa da considerare solo in un secondo momento oppure, ahimè, quando è troppo tardi per averne dei benefici.

Dare loro spazio richiede intenzionalità e visione: vuol dire scegliere di dedicarvi tempo ed energie fin dall’inizio, nella consapevolezza che prendersi cura delle relazioni è parte integrante del servizio che i volontari offrono agli altri.

Questo per non ritrovarsi a gestire successivamente tutta un’altra serie di problematiche che purtroppo le associazioni medio-piccole conoscono bene: il turnover dei volontari, i conflitti irrisolti che si stratificano, la demotivazione che si diffonde quando le persone non si sentono ascoltate né supportate.
Sono costi invisibili, difficili da imputare a una causa precisa, ma reali.

Investire nella formazione relazionale significa scommettere sulla sostenibilità del gruppo nel tempo e riconoscere che le persone che compongono un’associazione non sono solo esecutori di attività ma il cuore del progetto stesso.

Da dove si comincia

La buona notizia è che non serve aspettare grandi budget o strutture elaborate. Si può cominciare da piccoli passi concreti: un percorso di formazione dedicato ai coordinatori, uno spazio di confronto periodico in cui il gruppo possa elaborare le dinamiche interne, un momento di supervisione per chi si trova a gestire situazioni complesse.

Quello che conta è riconoscere che questo tipo di formazione ha un valore, non è un lusso e non è un optional. In un settore che chiede alle persone di mettere in gioco motivazione, energia e relazioni, offrire strumenti per farlo meglio è semplicemente una scelta di rispetto verso chi sceglie di esserci.

Spicca il volo!
Riccardo

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