Il dettaglio che cambia tutto prima ancora di aprire bocca

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Anche se non ci facciamo sempre caso, c’è qualcosa che comunichiamo agli altri prima ancora di dire una parola. Ancora prima che qualcuno ascolti la nostra voce o valuti quello che abbiamo da offrire.
Quel qualcosa è il nostro volto, e in particolare quello che il nostro volto fa, o non fa, nel momento in cui viene visto per la prima volta.

Un gruppo di ricercatori della Harvard Business School ha analizzato milioni di immagini di profilo su una piattaforma di affitti tra privati, incrociando i dati visivi con i risultati economici degli annunci. La conclusione è stata netta: chi sorrideva nelle proprie foto otteneva una domanda significativamente più alta rispetto a chi non lo faceva. Gli host percepiti come più cordiali ricevevano più prenotazioni.
Il sorriso, traducendolo in numeri, valeva circa il 3,5% in più di domanda.

I ricercatori hanno sottolineato che il vantaggio non riguarda solo quel contesto specifico e che il meccanismo si ripete in qualsiasi ambito nella relazione tra persone in cui la fiducia gioca un ruolo centrale.

Quello che il volto dice prima delle parole

La ragione per cui questo accade ha radici profonde nel modo in cui gli esseri umani si valutano reciprocamente. In pochi decimi di secondo, guardando un volto, il cervello elabora informazioni su affidabilità, disponibilità, competenza. Questo processo avviene prima del pensiero consapevole e della valutazione razionale, ancora prima che si abbia il tempo di chiedersi se quel giudizio abbia effettivamente senso.

Un sorriso autentico attiva qualcosa di preciso in chi lo riceve: abbassa la guardia e aumenta la percezione di sicurezza; si crea così una predisposizione positiva che poi influenza tutto quello che segue e funziona perché risponde a un bisogno primario di riconoscimento: la sensazione di essere visti e riconosciuti come persona e non come un semplice numero o un compito da completare.

Nei contesti in cui si lavora con le persone, e chi opera nel volontariato, nella formazione o nel coordinamento di gruppi ci rientra per definizione, questo meccanismo ha un peso specifico enorme.

In associazione e nei gruppi

Pensiamo a come viene accolto un nuovo volontario la prima volta che entra in una sede. L’impressione che si forma in quei primi minuti, basata su sguardi, espressioni, disponibilità dei presenti, influenza la sua percezione dell’intero contesto in un modo che sarà difficile modificare in seguito.

Un volontario che viene accolto con distrazione o con quel modo frettoloso di chi ha altro per la testa porta con sé un’immagine dell’associazione che nessuna brochure potrà correggere facilmente. Al contrario, chi viene accolto con presenza autentica sente fin dall’inizio di essere arrivato nel posto giusto. Quello stesso atteggiamento di accoglienza è generalmente accompagnato, e sottolineato, da un sorriso sincero.

Lo stesso vale in un percorso formativo. Un formatore che entra in aula con un’espressione chiusa, concentrato sulle proprie note o sullo schermo, comunica qualcosa al gruppo prima ancora di aprire bocca, condizionando il clima della stanza per tutta la durata dell’incontro. Se invece introduce le attività con un sorriso e uno sguardo aperto crea immediatamente le condizioni per un ambiente più disponibile all’ascolto e alla partecipazione.

La cordialità come competenza

C’è una tendenza, in certi contesti professionali e associativi, a separare la dimensione relazionale da quella tecnica. Si valuta ad esempio la competenza organizzativa e la capacità progettuale, dando per scontato che il resto venga da solo, o che sia secondario.

La ricerca suggerisce che questa separazione è costosa. La percezione di cordialità e disponibilità che una persona trasmette influenza in modo diretto la fiducia che gli altri ripongono in lei, e quella fiducia a sua volta condiziona la qualità della collaborazione, la disponibilità a seguirla e, nel lungo periodo, la propensione a restare nel gruppo.

Un coordinatore tecnicamente preparato che non riesce a trasmettere calore umano otterrà risultati diversi rispetto a uno altrettanto preparato che sa anche far sentire le persone benvenute. Chiaramente il sorriso sostituisca la competenza ma la competenza da sola raramente basta a costruire la relazione che permette alle cose di funzionare davvero.

Un gesto piccolo, un effetto lungo

La cosa interessante del sorriso è che non richiede particolari risorse. Non costa nulla e non richiede formazione specifica, soprattutto non dipende dal ruolo che si occupa o dall’esperienza che si ha.

Richiede però consapevolezza e impone di ricordare, specialmente nei momenti di stanchezza o di pressione, che la persona che abbiamo davanti non sa nulla di quanto siamo oberati o di quanto sia stata complicata la giornata. Sa solo come la stiamo guardando adesso.

Ogni prima impressione è un’opportunità. Se scegliamo di coglierla, decidiamo in modo consapevole cosa trasmettere con la nostra presenza prima ancora di iniziare a parlare, senza bisogno di recitare una parte o di simulare un entusiasmo forzato.

I ricercatori di Harvard stavano studiando le prenotazioni su una piattaforma digitale. Quello che hanno trovato, però, vale ogni volta che due persone si incontrano per la prima volta e scelgono che strada percorrere insieme.

Spicca il volo!
Riccardo

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