Farsi da parte al momento giusto: il gesto più difficile per chi guida

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Se c’è una frase che si sente dire raramente da chi occupa una posizione di responsabilità è la seguente: “C’è qualcuno più adatto di me per quello che verrà dopo.”

Eppure è probabilmente una delle frasi più oneste che un leader possa pronunciare. Quando lo fa davvero, e lo fa con la chiarezza di chi ha guardato la situazione in faccia e ha tratto una conclusione scomoda, dice qualcosa di importante su chi è e su come intende il proprio ruolo.

Accade nel mondo aziendale, dove un CEO ancora nel pieno delle proprie capacità sceglie di farsi da parte riconoscendo che il contesto necessita di un successore più adatto alla fase che si avvicina così come accade nelle organizzazioni non profit, dove un fondatore decide di lasciare la guida a qualcuno di più giovane e più vicino alle nuove sfide.
La stessa dinamica la possiamo trovare in gruppi di vario genere e nei contesti più disparati, con un coordinatore che riconosce che le energie migliori le ha già date e che il gruppo ha bisogno di qualcosa di diverso.
Certo: accade…ma anche no…

Quello che colpisce, guardando questi esempi in ambiti così diversi, è che la dinamica umana che emerge è sempre la stessa: l’attaccamento al ruolo, la difficoltà a riconoscere che il proprio momento di massima utilità potrebbe essere passato, la fatica di lasciare spazio a qualcun altro.
Le situazioni cambiano ma la natura umana resta riconoscibile ovunque.

E proprio per questo vale la pena parlarne, perché le lezioni che si imparano in un contesto si applicano agli altri con una precisione sorprendente.

Il paradosso di chi guida bene

Chi guida un gruppo tende a identificarsi con il proprio ruolo nel tempo.
È comprensibile: ha investito molto tempo ed energia, conosce la storia nei dettagli, ha costruito relazioni negli anni. Tutto questo diventa parte dell’identità della persona stessa.

Il problema è che questa identificazione può diventare un ostacolo silenzioso. Il momento in cui una persona smette di chiedersi se sia ancora la più adatta a guidare, e comincia invece a dare per scontato che lo sia, è spesso il momento in cui il gruppo inizia a perdere slancio senza che nessuno riesca a capire bene perché.

Le circostanze cambiano, i bisogni dei membri si trasformano, le sfide che un gruppo deve affrontare oggi raramente sono le stesse di cinque anni fa. Chi ha guidato bene in una fase non è automaticamente la persona giusta per la fase successiva. Riconoscerlo richiede una lucidità che va contro l’istinto naturale di chi ha costruito qualcosa e ci tiene.

C’è poi un elemento che raramente viene nominato: la stanchezza. Chi gestisce un gruppo da molti anni accumula un peso specifico fatto di decisioni difficili, conflitti gestiti, responsabilità portate spesso in solitudine. Quella stanchezza non sempre si vede dall’esterno, ma influenza il modo in cui si conducono le varie attività. Un leader affaticato tende a diventare più difensivo, meno aperto al cambiamento, più incline a replicare schemi collaudati anche quando il contesto richiederebbe qualcosa di diverso. Ammettere questo limite con se stessi richiede una dose di onestà che non tutti riescono a trovare.

Quando tenere il posto diventa un costo

Nei gruppi di volontariato questa dinamica si incontra con una frequenza che sorprende. Il fondatore di un’associazione che fatica a lasciare spazio alle nuove generazioni. Il coordinatore che gestisce tutto in prima persona perché “nessuno lo fa come me”. Il presidente che si ricandida per la quinta volta non perché abbia ancora molto da dare in quel ruolo specifico, ma perché non riesce a immaginare l’associazione senza di sé, quando forse invece fatica a concepirsi nel gruppo senza il suo ruolo.

Per evitare fraintendimenti, in moltissimi di questi casi l’intenzione è buona. La persona ci tiene davvero però il risultato è che il gruppo non sviluppa una nuova leadership, non cresce in autonomia, resta dipendente da una figura che nel frattempo potrebbe aver esaurito le energie migliori da dedicare a quel ruolo.

Tenere una posizione oltre il momento giusto può caratterizzare un passaggio tutt’altro che neutro. Ha un costo per il gruppo, anche quando non è visibile nell’immediato. Le conseguenze si vedono con il tempo: i volontari più capaci e motivati tendono ad andarsene quando non trovano spazio per crescere, le decisioni si rallentano perché tutto passa da una sola persona, l’energia collettiva si abbassa senza che nessuno riesca a individuarne la causa precisa. E quando quella persona alla fine lascia (per stanchezza, per necessità, per circostanze esterne) il gruppo si trova impreparato, senza aver sviluppato nel tempo le competenze e le figure necessarie per andare avanti.

Un gruppo che si è appoggiato troppo a lungo su una sola persona porta con sé una fragilità strutturale che può manifestarsi nei momenti peggiori. Prevenirla richiede di iniziare a lavorarci molto prima che diventi urgente.

Il modello della staffetta

Un’immagine che trovo utile per descrivere questo passaggio è quello della staffetta nell’atletica, dove i componenti devono passarsi il testimone da portare al traguardo, che non deve cadere e non viene lanciato o strappato: viene passato in movimento, da una mano all’altra, con cura e con tempismo. Chi lo passa non si ferma di colpo e accompagna il momento del passaggio, lasciando correre chi viene dopo.

Farsi da parte non vuol dire sparire. Significa continuare a dare il proprio contributo in modo diverso, come punto di riferimento e memoria storica del gruppo, supportando senza più dirigere. Chi ha guidato per anni ha accumulato una conoscenza del contesto, delle persone, delle dinamiche del gruppo che non svanisce con il cambio di ruolo. Quella conoscenza, messa a disposizione del successore in modo generoso e non intrusivo, è un valore enorme.

La differenza tra chi “lascia bene” e chi “lascia male”  la si nota, oltre che in una matura decisione di farlo, soprattutto nel modo in cui avviene il passaggio.
Un passaggio preparato nel tempo, con un successore che è stato accompagnato progressivamente verso maggiori responsabilità, è tutt’altra cosa rispetto a un abbandono improvviso o, peggio, a una resistenza che si protrae fino a quando le circostanze non lo rendono inevitabile, catapultando poi un malcapitato a gestire tutto da zero senza preparazione.

Chi lascia bene continua a essere una risorsa per il gruppo.
Chi lascia male, spesso, lascia anche una ferita.

Cosa significa davvero mettere il gruppo al primo posto

È facile dire che si deve (dovrebbe) mettere il gruppo davanti a tutto. È molto più raro dimostrarlo nel momento in cui farlo significa rinunciare a qualcosa di proprio: un ruolo, una visibilità, una certezza identitaria.

Nei percorsi formativi con coordinatori e responsabili di associazioni, questo tema emerge spesso in modo indiretto. Le persone parlano di stanchezza, di peso delle responsabilità, di sensazione che le cose non scorrano più con la stessa fluidità di una volta. Raramente nominano la possibilità che il problema sia che sono rimaste in un ruolo oltre il momento in cui potevano dare il meglio. Eppure quando quella conversazione riesce ad aprirsi, quasi sempre produce sollievo. Riconoscere che si è dato molto, che si è fatto bene, e che forse il contributo più prezioso che si può offrire adesso è lasciare spazio a qualcuno di più adatto per la fase che viene è il più evidente segno di maturità, sia personale che del gruppo.

La successione va programmata e gestita. È un processo che si costruisce nel tempo, identificando le persone con le competenze e la visione giusta per la fase che verrà, dando loro spazio e responsabilità progressive e accompagnandole con cura ma senza interferire in decisioni che ora spettano ad altri.
Un leader che lascia un gruppo più forte di come lo ha trovato, con persone capaci di andare avanti con slancio, ha fatto un lavoro eccellente. Chi invece lascia un vuoto difficile da colmare ha tenuto forse troppo stretto qualcosa che avrebbe dovuto iniziare a passare prima.

Un gruppo ha bisogno di avere alla guida la persona giusta per i passi che deve affrontare adesso.
A volte quella persona siamo ancora noi. A volte è qualcun altro che abbiamo avuto la cura e la lungimiranza di preparare.

Riconoscere la differenza è il gesto più difficile. Ed è anche il più generoso.

Spicca il volo!
Riccardo

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