Esiste una categoria di pensieri che conosciamo tutti molto bene, anche se raramente li nominiamo ad alta voce. Sono quelli che cominciano con “e se”: e se il progetto non decollasse, e se i volontari se ne andassero, e se la raccolta fondi fallisse, e se il nuovo corso non interessasse a nessuno…
Questi pensieri hanno una caratteristica precisa: girano.
Tornano, si ripetono, occupano spazio mentale a qualsiasi ora del giorno, e più li si cerca di ignorare più sembrano ingombranti. Girano nella testa di chi gestisce un gruppo, coordina un’associazione o porta avanti un progetto formativo ma non solo.
A volte si presentano di notte, poco prima di addormentarsi. Oppure arrivano nel mezzo di una riunione, mentre si sta parlando d’altro.
Esiste però un modo per spezzare questo ciclo, ed è talmente controintuitivo da sembrare quasi una provocazione.
L’ansia non è solo un problema
Prima di arrivarci, vale la pena fare un passo indietro. L’ansia da “e se” non è semplicemente un difetto da correggere. Ha una funzione: segnala che qualcosa ci sta a cuore, che stiamo investendo in qualcosa di importante e che percepiamo dei rischi reali nel percorso che abbiamo scelto.
Chi non prova mai ansia rispetto ai propri progetti probabilmente non ci tiene abbastanza, oppure non li sta guardando con la lucidità necessaria. Una certa dose di preoccupazione è il segnale che stiamo prendendo sul serio quello che facciamo.
Il problema nasce quando l’ansia smette di essere utile e diventa un circuito chiuso, una spirale che consuma energia senza produrre nulla. Quando i vari “e se” girano a vuoto invece di spingerci a fare qualcosa di concreto, diventano un ostacolo. La differenza tra un’ansia che aiuta e una che blocca sta tutta in quello che facciamo con essa.
La domanda che nessuno vuole farsi
La risposta che la psicologia cognitiva e una lunga tradizione filosofica suggeriscono è quasi sempre la stessa, e richiede un piccolo atto di coraggio: invece di tenere il pensiero negativo in forma vaga e indefinita, bisogna dargli una forma precisa.
La domanda è semplice: qual è la cosa peggiore che potrebbe succedere?
A prima vista sembra un modo per peggiorare le cose. In realtà funziona al contrario.
Finché uno scenario negativo rimane nebuloso, la mente lo ingrandisce, lo popola di dettagli immaginari, con il risultato di trasformarlo in qualcosa di molto più spaventoso di quello che potrebbe effettivamente essere nella realtà. Quando invece lo si guarda in faccia, descrivendolo con precisione, perde buona parte del suo potere.
È un po’ come certi film dell’orrore: la parte più spaventosa è sempre quella in cui il mostro non si vede ancora ma viene anticipato da una musica terrificante. Appena compare sullo schermo, con tutti i suoi dettagli definiti, il terrore si ridimensiona. La mente smette di immaginare e comincia a elaborare.
Tim Ferriss, nel suo lavoro divulgativo sulle tecniche di gestione della paura, racconta di aver imparato questa pratica dagli scritti di Seneca. L’esercizio che descrive è concreto: scrivere su un foglio gli scenari peggiori possibili, poi accanto a ciascuno le azioni per ridurne la probabilità, e infine le azioni per tornare alla situazione di partenza se quello scenario si verificasse davvero. Guardando il foglio compilato, la maggior parte delle paure appare molto meno catastrofica di come si presentava nella testa.
La cosa che mi ha colpito è che Seneca parlava di lucidità, senza lasciarsi trasportare da un invito all’ottimismo che spesso ritroviamo nelle frasi preconfezionate che girano sui social.
In sostanza, la paura vaga è paralizzante. Se invece la definisci, è gestibile.
Nei gruppi questo vale doppio
