Qualche tempo fa su questo blog avevo parlato di ruminazione, intendendo quel modo tutto umano di rimuginare sui problemi che, invece di aiutarci a risolverli, finisce spesso per avvitarci su noi stessi. Se ti sei perso quell’articolo (lo trovi cliccando qui – Non ruminare sui problemi), vale la pena recuperarlo, perché quello che ti racconto oggi è in qualche modo un “suo fratello”: parliamo ancora di come la mente tende a girare in tondo, solo che stavolta poniamo l’attenzione sulla fiducia in se stessi e il momento in cui decidiamo, spesso senza rendercene conto, quanto valiamo.
La fiducia non è fissa
Quando parliamo di autostima, tendiamo a trattarla come se fosse una caratteristica fissa della persona, qualcosa che si porta con sé e che si modifica solo nel lunghissimo periodo e con sforzi smisurati. Studi recenti raccontano invece qualcosa di più diverso e interessante.
La fiducia in se stessi è qualcosa di più mobile di quanto sembri: varia di ora in ora, plasmata dal modo in cui elaboriamo quello che abbiamo appena fatto o deciso. Per di più, due persone con lo stesso livello di competenza possono sentirsi in modo completamente diverso rispetto alle proprie capacità, e la ragione sta nei processi mentali che si attivano dopo una decisione, che in ciascun individuo prendono direzioni diverse.
Uno studio condotto da ricercatori dell’University College di Londra e dell’Università di Copenaghen su oltre 1.400 persone ha analizzato proprio questo: cosa succede nella mente di una persona dopo che ha preso una decisione, nel momento in cui valuta quanto si sente sicura di sé. I risultati ci possono dare chiavi di lettura differenti e sono di grande aiuto.
Quando riflettere aiuta e quando fa il contrario
Il dato che emerge con più chiarezza riguarda l’ansia. Chi tende all’ansia, più tempo dedica a ripensare a una decisione già presa, peggio si sente. La riflessione prolungata diventa il terreno su cui i pensieri negativi si moltiplicano tra di loro, fino a costruire una narrazione sul proprio fallimento che non corrisponde necessariamente alla realtà.
Per altre persone invece, e lo studio ha rilevato questa tendenza in modo più significativo nelle donne, il meccanismo funziona al contrario. Anche se la fiducia iniziale può essere statisticamente più bassa, con il tempo e la riflessione tende a crescere. Rivedere i fatti, analizzare cosa è andato bene, considerare i feedback ricevuti: tutto questo aiuta a correggere una sottovalutazione iniziale di sé.
Non esiste quindi un cammino univoco per rilevare la bassa autostima nelle persone, che potrebbero avere uno stesso livello di autostima ma con percorsi personali e reazioni mentali completamente differenti.
Tradotto in termini pratici: lo stesso consiglio, che sia “prenditi del tempo per rifletterci su”, oppure “fidati del primo istinto”, può essere utile per una persona e controproducente per un’altra. Non esiste la risposta giusta in assoluto, esiste la risposta più adatta per come funziona la tua mente in quel momento.
Cosa fare quando il dubbio bussa
Riconoscere il proprio schema è già metà del lavoro. Se sai di essere una persona che tende ad agitarsi e a rimuginarci sopra, fare attenzione a non cascare in quel circolo vizioso dopo una decisione già presa è qualcosa di concreto su cui lavorare. Una volta che la decisione c’è, valutare rapidamente come pensi che sia andata e poi andare avanti senza concedersi ore di ripensamenti, può fare una differenza reale.
Se invece la tua tendenza è quella di sentirti inizialmente poco sicuro ma di rivalutare la situazione con più calma, allora prenderti del tempo prima di concludere di aver fatto male ha senso. Chiedersi cosa hai fatto bene e cosa è successo in maniera oggettiva, valutando il rimando avuto dagli altri: questo tipo di riflessione può aiutarti a correggere un giudizio iniziale su te stesso che era semplicemente troppo severo.
C’è poi un piccolo cambio di prospettiva che funziona in entrambi i casi. Invece di chiederti “ho sbagliato tutto?”, prova a chiederti “su cosa mi baso per pensarlo?”. Quella piccola distanza tra l’interpretazione e i fatti rallenta il processo con cui il dubbio si trasforma in certezza, e lascia un po’ più di spazio alla realtà.
Nel volontariato e nei gruppi
Tutto questo non riguarda solo la sfera personale. Nei gruppi, a prescindere dal contesto, la fiducia in se stessi di chi partecipa influenza in modo diretto la qualità della presenza e del contributo di ciascuno.
Chi coordina un gruppo sa bene quanto sia frequente incontrare persone competenti che faticano a riconoscerlo, o persone che dopo un’esperienza difficile entrano in un loop di auto-svalutazione che le blocca molto più di quanto l’episodio in sé possa far supporre. Creare un clima in cui ci sia spazio per elaborare le esperienze senza che questo diventi una spirale di “ruminazione collettiva” è una delle competenze più utili che un coordinatore possa sviluppare.
A volte basta offrire una domanda diversa. Evitiamo quindi frasi del tipo “cosa è andato storto?” per domandarci invece “cosa ci dice questa esperienza su come vogliamo lavorare insieme?”. Il punto di partenza cambia tutto il percorso che segue.
La fiducia come pratica
Quello che la ricerca suggerisce, in fondo, è che la fiducia in se stessi non è qualcosa che si possiede o non si possiede. È qualcosa che bisogna osservare, e quindi allenare e gestire. Come (quasi) tutto ciò che conta davvero.
Se proprio devi dubitare di qualcosa, dubita del tuo dubbio! Imparare a riconoscere il proprio modo di elaborare il dubbio e a intervenire prima che diventi una voce troppo rumorosa, è un passo piccolo ma concreto verso un rapporto più onesto con se stessi che, quasi sempre, migliora anche quello con gli altri.