Per cinque anni consecutivi, la Finlandia si
è classificata al primo posto nel World Happiness Report, la ricerca annuale
che misura il benessere percepito dalle persone in oltre 150 paesi. Un primato
che fa riflettere, soprattutto perché la Finlandia non è un paese dal clima
mite, dalla vita facile o dai ritmi mediterranei.
Allora cosa c’è dietro?
Frank Martela, filosofo e ricercatore
finlandese che studia i fondamenti della felicità, ha provato a rispondere
partendo da un’osservazione semplice: più che da quello che i finlandesi fanno,
la risposta viene da quello che non fanno. Tre abitudini assenti, tre rinunce
culturali che producono un effetto misurabile sulla qualità della vita.
Vale la pena guardarle da vicino, perché
parlano di qualcosa che riguarda tutti — e che ha molto a che fare anche con il
modo in cui viviamo le nostre associazioni, i nostri gruppi, il nostro impegno
quotidiano.
Il confronto che logora
La prima cosa che i finlandesi evitano è il
confronto con gli altri. C’è persino un verso popolare nella cultura finlandese
che invita a non vantarsi della propria felicità, a non misurare il proprio
valore attraverso quello che si mostra.
Martela racconta di aver incontrato uno
degli uomini più ricchi del paese mentre spingeva un passeggino verso la
fermata del tram. Nessuna auto di lusso, nessun autista. Semplicemente una
persona che si muoveva come chiunque altro. Ed è tutt’altro che moralismo, come invece potremmo pensare (sì, ti ho sentito
che criticavi con sufficienza la scena…). È una scelta culturale precisa: il
proprio benessere si misura su standard interni, non su quello che gli altri
vedono o pensano.
Anche nel volontariato e nei gruppi questa
dinamica è sottile ma presente. Chi si impegna per essere riconosciuto, per
occupare un ruolo visibile, per ottenere consenso, costruisce la propria
motivazione su un terreno instabile. Appena il riconoscimento viene meno, cosa che
prima o poi accade, l’impegno vacilla.
Chi invece ha chiari i propri motivi, chi sa
perché fa quello che fa indipendentemente dagli applausi, costruisce qualcosa
di più solido. Dura di più, regge meglio nei momenti difficili, porta più
valore al gruppo. (rileggiamo queste ultime frasi insieme almeno 3-4 volte)
Il tempo che restituisce energia
Il secondo elemento riguarda il rapporto con
la natura. In Finlandia, quasi nove persone su dieci dichiarano che la natura è
importante per loro perché restituisce tranquillità ed energia. I lavoratori
hanno diritto a quattro settimane di ferie estive, e molti le trascorrono in
luoghi senza connessione, senza servizi, a volte senza elettricità.
È una sorta di manutenzione personale e non
lo fanno per semplice evasione.
Facendo un parallelo con i contesti di cui
ci occupiamo, chi lavora nei gruppi di volontariato (ma vale per chiunque si
occupi di persone) sa quanto sia facile arrivare alla fine di un periodo
intenso completamente svuotati. Il burnout nel Terzo Settore è un fenomeno
reale, documentato, e spesso nasce proprio dalla mancanza di spazi di recupero
autentico.
Prendersi del tempo per stare fuori,
camminare, rallentare diventa una condizione per poter continuare a dare,
lontano dalla sensazione di concedersi un lusso quando avanza un’oretta. Chi
non ricarica, prima o poi si ferma. La natura, in questo senso, non è considerata
un optional del benessere e fa parte del ciclo che permette di restare presenti
e motivati nel tempo.
La fiducia come infrastruttura
Il terzo elemento è quello che trovo più
interessante in relazione al lavoro nei gruppi. I finlandesi non rompono il
cerchio di fiducia della comunità. La fiducia reciproca è un valore praticato,
non solo dichiarato.
Nel 2022, un esperimento internazionale ha
lasciato portafogli in giro per diverse città del mondo per misurare quanti
venissero restituiti. A Helsinki, undici su dodici tornarono al proprietario. Fantascienza? Non se l’esperimento si inserisce in un contesto sociale nel
quale bambini prendono i mezzi pubblici da soli e si gioca all’aperto senza
sorveglianza continua. La fiducia permea i comportamenti quotidiani perché è
stata costruita nel tempo, gesto dopo gesto.
Nei gruppi di volontariato, la fiducia
funziona esattamente nello stesso modo. Si costruisce con la coerenza tra
quello che si dice e quello che si fa, con la puntualità nel mantenere gli
impegni, e si dimostra con la disponibilità a essere onesti anche quando è
scomodo e a evitare discorsi basati solo sulle buone intenzioni se poi non vengono
supportati dai fatti.
Un gruppo in cui le persone si fidano
reciprocamente decide più velocemente, attraversa i conflitti senza fratture,
attraendo così altre persone di qualità. Al contrario, se la fiducia è bassa,
la maggior parte delle energie viene consumata in dinamiche difensive, e il
risultato finale (il servizio, il progetto, la missione) ne risente sempre.
Tre abitudini, un filo comune
Quello che colpisce, guardando questi tre
elementi insieme, è che nessuno dei tre riguarda risorse esterne. La Finlandia
non è felice perché ha più soldi, più tecnologia o condizioni climatiche
favorevoli. Ha sviluppato nel tempo alcune abitudini culturali che proteggono il benessere
delle persone: meno confronto, più natura, più fiducia. E su queste basi ha
costruito la propria felicità.
Le possiamo apprendere e fare nostre, sono
abitudini che si possono praticare ovunque, in qualsiasi contesto. Anche in
un’associazione di volontariato in una piccola città italiana, anche in un
gruppo di formazione, anche nella propria vita quotidiana.
La prossima volta che ti trovi a misurare il
tuo impegno su quello degli altri, o a saltare una passeggiata perché c’è
sempre qualcosa di più urgente, o a trattenere un’informazione per paura di
perdere credibilità nel tuo gruppo, vale la pena fermarsi un momento.
La Finlandia suggerisce che la strada verso
il benessere è spesso più semplice di quanto pensiamo. E comincia da scelte
piccole, quotidiane, quasi invisibili.